Maiali

di Rifritto




L’Italia e il Portogallo sono accomunate da diverse casualità. Fanno parte dei PIIGS, hanno una popolazione con un’età media molto elevata così come il rispettivo debito pubblico. Soprattutto un potenziale problema di indebitamento che arriva da ben prima della grande crisi del 2007-2008, per l’Italia addirittura parte dagli anni ’80.
Gli indicatori demografici dell’Istat relativi al 2014 dicono che a fronte di una vita media di 80,2 anni per gli uomini e 84,9 per le donne, il numero medio di figli è di 1,39, qualche puntino in più del Portogallo, ma siamo lì. Quindi popolazioni tendenti all’invecchiamento senza sostituzione, aumento del numero delle pensioni e dell’assistenza sociale da erogare e diminuzione delle persone abili al lavoro, alla contribuzione e tendenzialmente ad essere tassate.
Più difficile vedere similitudini con le altre ‘lettere’ della parola PIIGS. L’Irlanda aveva un piccolo debito pubblico, come la Spagna, ma coprendo il buco creato dal debito privato sviluppatosi per rincorrere il sogno del mattone americano, lo ha fatto esplodere. Anche la Spagna aveva un grosso debito privato, più o meno venuto fuori per le stesse motivazioni dell’Irlanda (costruire, costruire, costruire), e poco debito pubblico prima della grande crisi. La Grecia ha storia a sé, cattiva gestione della cosa pubblica, falsificazione di bilanci e poi affossata dalle ricette austere della vendicativa Europa.
Ma a noi interessa l’Italia e, fatte le dovute similitudini e distinzioni con il ‘peggio dell’Europa-Euro’, cosa ci ritroviamo? Abbiamo uno Stato che da una parte non aiuta le famiglie (escluderei che interventi quali regali una tantum alle neo mamme possano essere determinanti sulle scelte di metter su famiglia) e dall’altra non è capace di gestire l’immigrazione. Che prima rinuncia ad autonome politiche monetarie (potere di emissione di moneta) e poi sperpera quello che è costretto a chiedere in prestito (e sul quale noi cittadini paghiamo gli interessi) in mille operazioni azzardate (grandi opere iniziate e non finite, mose, ponti sulle nuvole, pensioni d’oro, vitalizi, assistenzialismo fine a se stesso, progetti fumosi, ecc. ecc. ecc.).
Un sistema politico che lascia libertà alle banche di emettere credito alle imprese a seconda degli umori del mercato e non dei bisogni e piuttosto che difenderle (a fatti non a parole) santifica chi delocalizza in paesi a più bassa tassazione oppure assiste inerme alla loro svendita agli interessi esteri (Lamborghini, Ducati, Barilla, Plasmon, Parmalat, Gucci, BNL, i baci perugina, Buitoni, San Pellegrino,, Orzo Bimbo, Galbani, Benelli, ecc. ecc. ecc.).
Insomma assistiamo a un mix di inefficienza politica e poca attenzione ai fenomeni mondiali di cambiamento.
E noi, confusi nel mezzo, ammicchiamo perché il tutto rispecchia gli stereotipi inculcatici e oramai consolidati tipo sovranità monetaria = destra (e il mondo oramai appartiene ad una strana sinistra!), stampare moneta = Weimar o Zimbawe e perché no Stato = famiglia ignorando che la sovranità monetaria e la capacità di stampare moneta sono la normalità nei Paesi di tutto il mondo tranne nella zona euro (e non mi sembra stia funzionando) e che la loro mancanza non permette una politica economica indipendente e funzionale agli interesse dei cittadini, che l’iperinflazione è un fenomeno che riguarda solo quei paesi che siano usciti da guerre (Weimar) o situazioni politiche particolari (Zimbawe)  che non hanno consentito un regolare controllo dell’emissione monetaria.
Similitudini e differenze che si compensano male, causa ed effetto che si confondono per cui ci dedichiamo agli ultimi dimenticando di aggredire la prima, slogan che diventano certezze economiche e nel mezzo l’austerità proposta come soluzione ai mali dell’eurozona composto da paesi che nulla hanno in comune se non la moneta. Cura dagli effetti disastrosi che è causa del peggioramento della qualità della vita di più di 300 milioni di persone, detratti, per adesso, buona parte degli abitanti di quell’unica nazione che sta’ traendo vantaggi da tutto ciò e quell’uno per cento che muove i fili.

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