e quel giorno uccisero la felicità!

Pubblicato il 19 gen 2013

di Silvestro Montanaro - da "C'era una volta" rai3 - 18.01.13


25 anni fa un piccolo uomo dalla pelle nera sfidò i potenti del mondo. Disse che la politica aveva senso solo se lavorava per la felicità dei popoli. Affermò, con il proprio esempio personale, che la politica era servizio, non potere o arricchimento personale. Sostenne le ragioni degli ultimi, dei diversi e delle donne. Denunciò lo strapotere criminale della grande finanza. Irrise le regole di un mondo fondato su di una competitività che punisce sempre gli umili e chi lavora. E che arricchisce sempre i burattinai di questa stupida arena. Urlò che il mondo era per le donne e per gli uomini, tutte le donne e tutti gli uomini e che non era giusto che tanti, troppi potessero solo guardare la vita di pochi e tentar di sopravvivere. Lo uccisero e tentarono di cancellarne ogni memoria. Ma, Sankara vive!

Un documentario davvero ben fatto, impagabile laddove si parla di debito e di acqua.



Aggiungo un mio articolo pubblicato il 15 ottobre 2015 su ferraraitalia.it

di Claudio Pisapia


15 ottobre 1987: la notte dei sogni degli uomini integri



Thomas Isidore Noel Sankarà divenne presidente dell’Alto Volta, da lui ribattezzato Burkina Faso, “la terra degli uomini integri”, il 4 agosto del 1983, all’età di 34 anni. Presidente di un Paese poverissimo, dove la speranza media di vita era di 40 anni e la mortalità infantile al 180 per mille.
Si era dato subito un nemico da sconfiggere, la povertà. E un’etica, far seguire i fatti alle parole. Diceva che un presidente di un Paese povero e la sua classe politica non potevano vivere nel lusso e la sua prima azione fu quello di eliminare le costose mercedes di stato, sostituite da economiche utilitarie. Poi diminuì la spesa pubblica togliendo privilegi ai politici, diminuendo il suo stesso stipendio e scegliendo di vivere della stessa modestia del suo popolo. Una particolare forma di austerità che gli consentì di finanziare la prima campagna di vaccinazione nel suo Paese.


Durante il suo mandato si adoperò per diminuire la dipendenza dall’estero comprendendone i rischi. Voleva che i burkinabè lavorassero il cotone che producevano e con quello cucissero i loro vestiti invece che raccoglierlo e venderlo alle multinazionali ricavandone spiccioli salvo poi ricomprarsi il prodotto finito. Grazie alle sue riforme riuscì ad assicurare due pasti e cinque litri d’acqua al giorno a ciascun burkinabè, riuscendo a fornire un minimo di assistenza sanitaria.

Comprendeva che il colonialismo aveva strappato le risorse al suo popolo e che l’imperialismo venuto dopo lo aveva solo sostituito nella rapina con metodi più sofisticati. La condizione dei burkinabè e della maggioranza dei popoli africani era rimasta la stessa, era cambiata la forma della catena. Alla presenza fisica del conquistatore con le sue armi si era sostituita la finanza con il debito.

Sankara ne aveva ben compreso il meccanismo e lo raccontò ai paesi africani il 29 luglio del 1987 con un bellissimo discorso alla riunione dell’Oua (Organizzazione per l’unità africana) ad Addis Abeba, cercando alleanze perché sapeva che da solo il Burkina Faso non avrebbe retto all’attacco del mondo occidentale, liberista e, come direbbe il prof. Gallino, finanzcapitalista.

I presiti internazionali venivano utilizzati semplicemente allo scopo di indebitare i Paesi più poveri. Invece di aiutarli a creare una propria autonoma capacità di sviluppo economico, venivano elargiti prestiti con la sicurezza che non sarebbe stato possibile restituirli, perché indirizzati a progetti inutili, settori non produttivi, ad aumentare il deficit della bilancia commerciale e accelerare l’indebitamento.

E senza sviluppo serio si rende impossibile la restituzione dei denari elargiti, per cui i Paesi dovranno cedere terre, miniere, giacimenti e forza lavoro. Nessuna risorsa per la sanità, l’istruzione, il miglioramento della vita dei cittadini del burkinabè come di qualsiasi altro Paese stretto nella morsa del debito.
Quindi il debito era rapina, prodotto ingiustamente, ingannando, sfruttando e per questo non andava pagato anche perché per la finanza che lo aveva prodotto era stato ‘come giocare alla roulette’, e ‘al gioco si può perdere’. Non era una questione d’onore ma per i popoli sottomessi dal debito ‘una questione di sopravvivenza’ contro soldi inutili per chi sarebbe rimasto ricco e sazio in ogni caso.

In quel discorso chiedeva ‘il diritto di essere parte delle discussioni e delle decisioni che riguardano i meccanismi regolatori del commercio, dell’economia e del sistema monetario su scala mondiale’.
Di essere quindi padroni di gestire le proprie risorse perché ‘pensiamo che il debito si analizzi prima di tutto dalla sua origine. Le origini del debito risalgono alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l’Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e i loro cugini. Noi non c’entravamo niente con questo debito’.

Nel suo discorso sul debito ebbe una lungimiranza da vero statista, da uomo del popolo che si fa voce di tutti e arriva fino a noi in maniera così spaventosamente attuale e reale ‘Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall’imperialismo, è una riconquista dell’Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee. In modo che ognuno di noi diventi schiavo finanziario, cioè schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, l’intelligenza, la furbizia, di investire da noi con l’obbligo di rimborso’, basterebbe cambiare imperialismo con banche o finanza e Africa con Europa per capire quanto il tema ci sia vicino. Del resto disse anche ‘quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune’

Parlò poi delle crisi. La crisi si presentava nel momento in cui le masse cominciavano a comprendere il perverso meccanismo degli aiuti e del debito e si ribellavano, rifiutavano di onorare il debito contratto ed era convinto ci fosse una differenza ‘tra la morale dello sfruttatore e dello sfruttato’. C’erano le masse e i pochi che ne disegnavano i destini, i ricchi e i poveri, e nemmeno ‘la religione poteva servire allo stesso modo chi sfrutta il popolo e chi è sfruttato’, ‘il nemico è comune all’Africa come all’Europa’.

Parole e atteggiamenti che in un contesto di guerra fredda gli valsero accuse di comunismo da parte soprattutto di Francia e Stati Uniti. In un mondo di allineati era difficile professarsi non allineati ed essere creduti. Le masse unite dagli stessi interessi, la lotta di classe, troppi richiami a connotazioni marxiste che gli valsero l’isolamento. Ma al di là delle ideologie dell’epoca aveva centrato il problema, i finanziamenti esteri, il debito e gli interessi, il controllo da parte di un Paese della politica economica e monetaria come base per lo sviluppo.

Quell’atto d’accusa segnò la sua fine ‘…Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il debito, non sarò qui alla prossima conferenza!…’

Thomas della “terra degli uomini integri” verrà ucciso meno di tre mesi dopo, il 15 ottobre 1987, e con lui furono uccisi i sogni e le speranze di tanti.


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