Hyman Philip Minsky



L’enfasi sull’investimento e sulla ‘crescita economica’,piuttosto che sulle politiche occupazionali, è un errore"








IIn questi giorni il Gruppo del martedì sta leggendo (o rileggendo) Hyman Minsky perché non sono solo i numeri a fare l'economia. E' importante il momento storico, considerazioni filosofiche e di opportunità sociali e politiche. E' importante considerare l'uomo e i suoi bisogni.
Abbiamo ripreso, a gentile concessione dell'autore, un articolo di Gianpiero Magnani, pubblicato su Mondoperaio qualche anno fa ma sempre attuale, e vi rimandiamo, per chi volesse approfondire usando lo stesso autore, ai link a fondo pagina


Buona lettura



Due convegni su Minsky
La politica e il mercato

Gianpiero Magnani


La Fondazione Zaninoni, in collaborazione con l’Università di Bergamo, ha dedicato a Hyman Minsky e alla sua innovativa teoria economica due convegni: il primo nel 2011 a Bergamo, in occasione dei quindici anni della sua scomparsa, il secondo il 10 settembre 2012 a Roma, in collaborazione con l’associazione Economia Civile (1). Hyman Philip Minsky (1919- 1996) era un economista fuori dal coro: proprio perché distante dall’analisi economica ortodossa, riuscì ad elaborare una fondamentale teoria delle crisi finanziarie che alla luce degli eventi negativi che hanno interessato l’economia mondiale dal 2007 ad oggi è divenuta sempre più attuale, confermando la validità ‘sul campo’ delle sue analisi al punto da rendere di uso comune il concetto di Minsky moment, “l’esplosione di una bolla finanziaria dovuta all’eccesso di indebitamento privato”, e facendo prefigurare persino l’incubo del Minsky meltdown, cioè “il collasso delle economie determinato dalla deflazione da debiti” (Quaderno 19, pag.5). Minsky insegnava negli Stati Uniti, ma collaborò assiduamente con l’Università di Bergamo, che nel 1998 gli ha intitolato il Dipartimento di Scienze Economiche; la prima collaborazione con l’Italia risale però al 1978, quando su segnalazione di Jan Kregel fu chiamato da Paolo Savona, che era divenuto direttore del neonato centro studi di Confindustria voluto dall’allora presidente Guido Carli (cfr. Quaderno 19, pag.51).
Minsky costruì una teoria articolata del ciclo economico e delle sue crisi ricorrenti che chiamò l’ipotesi dell’instabilità finanziaria, basandosi su alcune idee-forza che descrivono la realtà economica quale essa è effettivamente e non come dovrebbe essere (alla luce di modelli matematici astratti, puramente teorici). La prima idea-forza è che i mercati sono intrinsecamente instabili: l’instabilità non deriva da qualcosa di esterno, ma è insita all’interno dello stesso sistema economico, ne è parte integrante e ineludibile; le crisi finanziarie sono eventi certi nelle economie di tipo capitalistico, anche se è impossibile prevederle in anticipo e con sufficiente esattezza: “La sua teoria non permetteva di prevedere, per lui era inevitabile” (Jan Kregel, Quaderno n.20, pag.31). Ciò che invece non è inevitabile è il ‘grande crollo’ del sistema, cioè un’altra grande depressione simile a quella che iniziò nel 1929: la seconda idea- forza di Minsky, infatti, è che l’economia non è un dato di natura, ma è fortemente influenzata dalle decisioni politiche; la politica in un sistema capitalistico non può impedire del tutto che si verifichino le crisi (in particolare quelle finanziarie), tuttavia può intervenire, sia prima che durante il loro svolgimento, per attutirne gli effetti. Per contro politiche sbagliate possono amplificare le crisi economiche e accentuare i fenomeni di recessione, fino a generare depressione: è precisamente quanto avvenne dopo il ’29.


Il nuovo capitalismo si muove lungo l’asse finanza-precarietà

Il contributo di Minsky, secondo Alessandro Roncaglia, si può sintetizzare in tre punti: “Incertezza, fragilità finanziaria, money manager capitalism” (Quaderno 20, pag.12). Nelle situazioni quotidiane viviamo all’interno di un continuum che va dalla certezza assoluta all’incertezza totale: ci troviamo a dover fare delle scelte in situazioni intermedie che solo raramente si avvicinano ad uno dei due estremi; le teorie economiche devono perciò essere diverse, a seconda del tipo di decisioni che gli operatori economici volta per volta devono prendere: decisioni di investimento su impianti (che richiedono un orizzonte temporale lungo), decisioni di investimento correnti (con un orizzonte temporale più breve), decisioni finanziarie (che si basano su opinioni contingenti che risentono del cambiamento delle situazioni); il paradigma di Wall Street ci dice che le economie vanno analizzate dal lato dei flussi di cassa, “non solo gli operatori tendono ad indebitarsi sempre di più ma tendono a farlo sempre più a breve termine (...) di conseguenza si arriva a un momento di insostenibilità nel quale, o a causa di fenomeni endogeni o anche a causadi shock esterni, si ottiene un’inversione del ciclo economico” (Marco Passarella, Quaderno 19, pagg.44-45).
L’economia è per Minsky “un sistema di flussi di attività e passività” (Roncaglia, pag.13), con tre tipi di situazioni che nel corso del tempo possono variare (e che di fatto variano), determinando fasi di boom e fasi di crisi: situazioni coperte, situazioni speculative e situazioni ultra-speculative o di
Ponzi finance (2); la discriminante è costituita dalla capacità degli operatori economici di valutare correttamente i flussi futuri di attività e passività, che restano in ogni caso incerti. E tenendo altresì conto che i tre operatori fondamentali (le imprese, le famiglie e la Pubblica amministrazione) vivono in tre finanze diverse, e che la finanza pubblica, in parti- colare, è tendenzialmente ultra-speculativa, come ha ben spiegato Francesco Arcucci nel suo intervento al convegno di Bergamo: “Il debito pubblico non verrà mai rimborsato e tendenzialmente neanche gli interessi, sì forse una piccola parte collegata con l’avanzo primario, ma di fatto la finanza della Pubblica amministrazione è una grande catena di sant’Antonio. Ma come mai sta in piedi, mentre le catene di sant’Antonio private non stanno in piedi? La fa stare in piedi la Banca centrale, con la sua disponibilità ad acquistare illimitatamente – la parola magica è: illimitatamente – titoli del debito pubblico” (cit., pag.69).
La teoria della fragilità finanziaria endogena di Minsky, secondo Roncaglia, avrebbe dovuto fruttargli il Premio Nobel, ma anche in quel contesto le scelte del Comitato di Stoccolma sono state condizionate dalle teorie economiche ortodosse: Minsky si oppose infatti alla deregolamentazione dei mercati finanziari iniziata negli anni Ottanta con le politiche ultraliberiste di Ronald Reagan e Margareth Thatcher, ed era convinto che le politiche economiche dovessero interessarsi non solo all’inflazione e alla tenuta del reddito, ma anche ai prezzi degli asset, perché è il variare repentino di quei prezzi che sta all’origine sia delle fasi di boom speculativo che delle recessioni.
La crisi recente ha mostrato la rilevanza del debito delle famiglie e della finanza, più che delle imprese, che invece hanno cercato di portarsi sempre più su posizioni che Minsky definirebbe coperte; il capitalismo, osserva in proposito Riccardo Bel- lofiore, vive grandi fasi che sono differenti le une dalle altre, e l’ultima è appunto il money manager capitalism, dominata dai gestori dei fondi finanziari che, lautamente retribuiti, gestiscono enormi stock di ricchezza con un orizzonte temporale brevissimo che consente loro di guadagnare attraverso continue compravendite di titoli. Nel far questo, però, i banchieri e i gesto- ri dei fondi incidono in modo significativo sulle decisioni di investimento delle imprese: “I banchieri di una economia capitalistica selezionano ciò che deve essere finanziato e perciò influenzano lo sviluppo del capitale dell’economia” (Minsky, Quaderno n.19, pag.99).
Il risultato finale è una minore efficacia del sistema sui piani della crescita, della produttività, della sostenibilità ecologica e sociale: “Questo ‘nuovo’ capitalismo – nuovo rispetto al capitalismo del Novecento, anche se per certi versi risuscita alcuni aspetti del capitalismo dell’Ottocento – si muove lungo l’asse finanza-precarietà” (3).
Così commenta Alessandro Roncaglia: “Già Keynes diceva, nella Teoria Generale, che sarebbe stata una situazione ben difficile quella in cui fosse stata la coda della finanza a muovere il cane dell’economia reale” (cit., pag.17); il rimedio non consiste solo nel ricapitalizzare le banche, occorre “riportare sotto controllo tutti i settori della finanza, limitandone le dimensioni e il potere di ricatto insito nel too big to fail” (pag.19). Occorre intervenire rapidamente, introducendo per esempio la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, limitando la leva finanziaria per tutti gli operatori finanziari (non solo le banche), e prevedendo vincoli per chi raccoglie il risparmio dal pubblico. Elisabetta De Antoni evidenziava, nel convegno di Bergamo, come per Minsky la speculazione riguardasse il mercato primario, fosse cioè correlata all’eccesso di indebitamento pagato con nuovo debito; mentre per Keynes la speculazione era quella del mercato secondario, della borsa valori che permette di vendere asset che in realtà sono illiquidi. I due tipi di instabilità che derivano da queste due diverse forme di speculazione richiedono interventi a loro volta diversi: “Se voglio limitare l’indebitamento devo porre delle restrizioni in termini di liquidità alle banche, se voglio limitare le compravendite di attività faccio la Tobin Tax” (cit., pagg.27-28).

La finanza è sempre fragile, perché si alimenta di scommesse a fronte di informazioni limitate

L’instabilità assume forme sempre diverse, perciò la semplice regolamentazione non è sufficiente: né si può pensare di cancellare la speculazione perché, rileva Bellofiore, “ciò che di buono viene dal capitalismo viene dalla fase speculativa” (cit., pag.45). La finanza perversa, infatti, se da un lato è stata la causa della lunga crisi attuale, dall’altro “è stata funzionale agli aspetti dinamici del capitalismo dei precedenti trent’anni” (cit. pag.39). Il capitalismo riusciva a creare domanda interna attraverso una finanza perversa, col consumo a debito (e la vicenda dei mutui sub-prime è solo un esempio). Il problema è allora costituito dalla degenerazione della speculazione, perché la fase del money manager capitalism, osserva Marcella Corsi nel suo intervento al convegno di Roma, si caratterizza proprio per la mancanza di etica: “Non cito il caso di Lehman Brothers, ma cito invece quello di Enron, perché molti addirittura attribuiscono l’inizio della crisi non alla finanziarizzazione dell’economia, ma ai problemi di inefficienza del sistema o, per usare una parola forte, di corruzione interna alla gestione delle multinazionali americane” (cit., pag.59). Gli economisti perciò devono tenere conto del rapporto fra etica ed economia, come devono tener conto del rapporto fra sviluppo economico e sviluppo civile, ed anche della storia economica e della storia delle idee economiche, per riuscire a formulare ipotesi che siano nel contempo rigorose e realistiche (le due “erre” di Paolo Sylos Labini).
Minsky non era un profeta delle crisi, ma uno studioso che voleva capirne i meccanismi per cercare di evitarle; uno di questi meccanismi, rilevava Marco Vitale nel convegno di Bergamo, è che non vi è distinzione fra economia reale ed economia finanziaria: “La struttura finanziaria è funzionale a un certo tipo di economia e ne determina gli sviluppi, c’è una unione profonda” (cit., pag.65). Diversamente da altri economisti, che hanno studiato il ciclo di economie reali ‘senza moneta’, Minsky ci spiega infatti che l’instabilità del capitalismo è duplice, reale ma anche finanziaria: “La finanza, anche quando non le crea, aggrava le crisi” (Ciocca, pag.23). I due paesi che in quest’ultimo periodo hanno subito la contrazione produttiva più pesante, Italia e Giappone, non sono stati però interessati da crisi finanziarie gravi, mentre negli Stati Uniti la crisi è nata come finanziaria e poi si è manifestata nell’economia reale. Il problema è che quando la finanza è fragile diventa “una sorta di santabarbara che attende solo l’accensione della miccia per esplodere” (Ciocca, pag.25). Ma la finanza è sempre fragile, perché si alimenta di scommesse a fronte di informazioni limitate, e può facilmente degenerare alla prima cattiva notizia; occorre allora impedire che diventi eccessivamente fragile, anzitutto cercando di contenere i debiti eccessivi, sia privati sia pubblici: “L’instabilità finanziaria è una componente normale del ciclo capitalista, ma poi c’è la patologia finanziaria” (Vitale, Quaderno 19, pag.66). La difficoltà, osserva Pierluigi Ciocca, è che le regole finiscono sempre con l’inseguire l’innovazione finanziaria: forse anche per questo Minsky credeva nelle decisioni discrezionali più che nelle regole, “in politica monetaria come nella vigilanza” (cit., pag.26).
Con la sua teoria Minsky ha proposto autentici mutamenti di paradigma: l’andamento ciclico dell’economia e l’inevitabilità delle crisi finanziarie si determinano in situazioni che sono sempre nuove, per cui anche le risposte non possono essere uguali a quelle adottate nelle situazioni precedenti; pertanto “ancora una volta il passato non è una buona guida per il futuro” (Kregel, pag.33). La Banca Centrale, constata Ciocca, non può quindi essere mainstream: “Non può compiere l’atto di fede che i mercati siano efficienti e il sistema stabile sui tre fronti della produzione, dei prezzi, della finanza” (cit., pag.20). Dobbiamo smetterla di ragionare in termini dualistici, osserva Bellofiore: esistono spesso terze possibilità logiche che impongono di riformulare domande e concetti, perché le risposte non sempre contemplano un sì o un no: “Dentro o fuori l’euro: credo che né il sì né il no anche qui abbiano molto senso” (cit., pag.38). In realtà la crisi che stiamo vivendo ha fatto riscoprire molti autori del passato: Marx, Keynes, Minsky, Schumpeter. La teoria marxista non ci è di grande aiuto, perché quella attuale non è una crisi di sotto-consumo e neppure di caduta del saggio di profitto; anche il modello di Minsky non si può applicare rigidamente alla situazione attuale, e tuttavia partendo da quel modello e adeguandolo alla realtà odierna la si può capire meglio: “Minsky ci dà un insegnamento fondamentale, che è quello di analizzare l’economia attraverso i bilanci finanziari, gli agenti come agenti che scambiano moneta oggi contro moneta domani, e questo vale per qualsiasi tipo di agente” (Bellofiore, pag.41). Il sistema economico, osservava Anna Maria Variato, “è rappresentabile come una stratificazione di relazioni di bilancio. Le unità economiche sono tanti stati patrimoniali a profitti e perdite che si intersecano, di conseguenza le posizioni creditizie di un individuo si specchiano nelle posizioni debitorie di un altro, le posizioni reddituali, i flussi di cassa, i flussi finanziari in positivo di un individuo sono le posizioni negative di un altro” (Quaderno 19, pag.33). A Minsky mancavano però alcuni strumenti analitici che l’economia ha potuto utilizzare solo successivamente, come la teoria della complessità o l’idea dei financial networks: “In queste reti gli agenti sono nodi e i rapporti di debito-credito sono link. Quando la fragilità finanziaria è importante alcuni di questi link possono saltare perché alcuni agenti vanno in bancarotta, siano essi imprese o banche o banche di investimento; e le bancarotte nei modelli con network possono essere fenomeni che creano contagio” (Domenico Delli Gatti, Quaderno 19, pag.41). Il ruolo della politica assume allora un’importanza fondamentale: i fattori politici che possono evitare che le crisi finanziarie divengano grandi depressioni dell’economia reale, osserva Jan Kregel, sono il big government e la big bank. Il problema è che le crisi sono globali, mentre i governi (e le banche centrali) sono nazionali: “Ciò che abbiamo visto recentemente accadere in Europa è che siamo di fronte a una crisi europea mentre le politiche sono nazionali” (cit., pag.33). Le crisi del debito pubblico, commentava Bellofiore nel convegno di Bergamo, sono state gestite in alcuni paesi dell’eurozona come se questi Stati si fossero indebitati in valuta estera: “Il rischio di fallimento della Grecia, del Portogallo e così via è un malanno che siamo auto-imposti” (cit., pag.84). Infatti il big government, come governo nazionale che emette più debito, diventa causa di instabilità se gli manca il sostegno della Banca centrale, come è accaduto nell’eurozona: abbiamo qui un vero e proprio rovesciamento dell’idea di Minsky, che ha portato al taglio della spesa pubblica: “E così abbiamo creato ora il paradosso che per salvare il funzionamento del mercato dei capitali dobbiamo abbassare il reddito delle famiglie” (Jan Kregel, Quaderno 19, pag.63).

L’obiettivo della crescita del reddito nazionale andrebbe sostituito dall’obiettivo della crescita del livello di impiego

Due “crisi gemelle”, negli Stati Uniti e in Europa, osserva Roberto Petrini, nascono entrambe da disparità nell’economia reale: “Negli Stati Uniti disparità tra classi, in Europa disparità di competitività tra Stati” (cit., pag.63). Laddove la finanza trova surrogati alle disparità dell’economia reale, come è successo con i mutui sub-prime o con il credito al consumo, finisce col fare da detonatore alla crisi. Unici aspetti positivi, secondo Petrini, la riapertura di un dibattito che fino a poco tempo fa era del tutto assente nella scienza economica, e la riscoperta dei valori della coesione sociale, del “bene comune” e dell’intervento dello Stato nell’economia: “Non è più lo Stato canaglia che provoca lo spread ma è il mercato canaglia che provoca le difficoltà dello Stato” (cit., pag.67).
Nel convegno di Bergamo Kregel constatava che l’idea di big government non esiste nel progetto di integrazione europea: “Non c’è un governo europeo, ed in più nel Patto di stabilità e crescita ci sono limiti al big government. (...) Questo vuol dire che abbiamo inserito nella costruzione dell’Europa un governo di ‘piccola taglia’ “ (cit., pag.61). Le agenzie di rating, in questo contesto, in realtà rilevano l’instabilità politica e non quella economica (Passarella, Quaderno 19, pag.57). Anche per Ciocca le leve per uscire dalla crisi sono essenzialmente due, il credito di ultima istanza (dalla Banca Centrale) e il sostegno alla domanda globale (per mezzo della spesa pubblica), con una importante precisazione: “La variazione degli investimenti pubblici ha un effetto sulla domanda globale di circa tre volte superiore a quello determinato dalla variazione delle spese correnti” (pag.28). Un bilancio pubblico in pareggio può perciò avere effetti diversi sull’economia a seconda di come è composto (spese correnti piuttosto che spese per investimenti produttivi).
Per Minsky, precisa Bellofiore, il governo deve intervenire non solo sul livello della produzione, ma anche sulla sua composizione, cosa produrre e per chi: “L’idea è che lo Stato debba produrre qualcosa, l’idea è che un welfare fatto solo di trasferimenti monetari sia negativo” (cit., pag.44). Il New Deal non fu keynesiano, la Teoria Generale di Keynes è immediatamente successiva a quel periodo, la sfida di Minsky è allora quella di cercare di proporre un rinnovato New Deal keynesiano: in questo contesto, evidenzia ancora Bellofiore, “Minsky propone una socializzazione dell’investimento, una socializzazione dell’occupazione, una socializzazione della banca e della finanza” (cit., pag.43).
Per conseguire condizioni di stabilità economica, osserva Kregel, l’obiettivo della crescita del reddito nazionale andrebbe sostituito dall’obiettivo della crescita del livello di impiego: “L’economia che cresce verso il pieno impiego per definizione ha un tasso di crescita positivo, senza che ciò comporti crisi cicliche” (cit., pagg.35-36). Il governo dovrebbe quindi intervenire nell’economia con un sistema di impiego di ultima istanza piuttosto che con un disavanzo fiscale generale a sostegno della domanda, per ragioni che sono sociali ma anche di stabilità finanziaria: “Questa dimensione, cioè l’insieme di big government, lender of last resort e employer of last resort, che devono essere tutti insieme attuati per cercare non di eliminare ma di attenuare l’instabilità del sistema capitalistico, è la ricetta di quello che è un tentativo di migliorare il funzionamento del sistema capitalistico; e di fatto, se osserviamo i tempi attuali, questo non è attuato in molteplici dimensioni” (Anna Maria Variato, Quaderno 19, pag.35).
Fra le principali variabili macroeconomiche quella del livello di occupazione stabile riveste un’importanza fondamentale per limitare le fluttuazioni e la ciclicità del sistema (Passarella, Qua- derno 19, pag.49). Entrambi i convegni della Fondazione Zaninoni hanno perciò dedicato un’attenzione particolare al tema della disoccupazione e alle soluzioni proposte da Minsky sulla scia di Keynes: l’occupazione era infatti, per Minsky come per Keynes, un obiettivo fondamentale, al punto da affiancare al ruolo di prestatore di ultima istanza della Banca Centrale anche il ruolo di datore di lavoro di ultima istanza da parte del governo (oltre al big government e alla big bank, doveva esserci anche il big labour): nell’idea di riforma dell’economia che egli aveva in mente non c’era posto per la disoccupazione, ma neppure, a ben vedere, per sistemi di salvaguardia come la cassa integrazione ed il reddito minimo sociale, o per fenomeni come quello odierno degli “esodati”. Se l’economia di mercato non è in grado di offrire la piena occupazione, deve pensarci il governo ed ogni cittadino in grado di contribuire col proprio lavoro deve poter avere un’occupazione. Solo coloro che per le loro condizioni individuali non possono dare un contributo attivo sono esentati da ogni forma di occupazione e necessitano quindi di assistenza.

L’impiego di risorse economiche nella creazione di lavoro rende assai di più alla collettività del semplice trasferimento monetario per l’assistenza

Osserviamo per inciso che le occasioni per creare occupazione pubblica certo non mancano: pensiamo a quanto si potrebbe (e dovrebbe) fare per la salvaguardia dei cosiddetti beni comuni, dai grandi parchi nazionali ai monumenti storici, dagli edifici pubblici alla viabilità, per proseguire col campo veramente sconfinato della formazione professionale, della scuola, della ricerca universitaria e della cultura: quante persone vengono oggi “rottamate” anzitempo dalle imprese private, in tutti i settori e competenze, con i sistemi più diversi di sussidio pubblico (cassa integrazione, indennità di disoccupazione, esodi e quant’altro) pur avendo maturato in anni e anni di lavoro competenze, conoscenze e capacità che vanno così letteralmente in fumo? Nel suo ultimo libro Giorgio Ruffolo si esprime in modo lapidario su questa questione: “Viene aumentata l’età pensionabile, poi si cerca di mandare in pensione anticipata i lavoratori più anziani, che costano di più dei giovani precari: un comportamento che richiederebbe delle sedute di psicanalisi” (4).
Perché, dunque, non studiare forme alternative di impiego che nelle situazioni critiche (e a parità di costi per la collettività) offrano l’opportunità di un impegno a favore della propria comunità locale (5)? E quanto inciderebbe tutto questo sul Pil?
Minsky non aveva dubbi in proposito: l’effetto era sicuramente positivo e superiore al mero trasferimento delle somme per sussidi e indennità di disoccupazione. A parità di costo, l’impiego di risorse economiche nella creazione di lavoro rende assai di più alla collettività del semplice trasferimento monetario per l’assistenza. Ma non è solo una questione economica: per Minsky la dignità del lavoro era centrale e le risorse necessarie per finanziare il pieno impiego si possono trovare. Laura Pennacchi, nel convegno di Bergamo, descriveva i tre principi di socializzazione di Minsky: socializzazione dell’investimento, socializzazione delle banche, socializzazione dell’occupazione. E riferendosi a quest’ultima, ipotizzava come “si potrebbe pensare a una patrimoniale che destini una parte rilevante del suo gettito a finanziare un piano straordinario per il lavoro per i giovani e per le donne” (cit., pag.77).
è una grande sfida, quella lanciata da Minsky, che in questo ambito riprendeva idee che già erano di Keynes: sostituire i meri trasferimenti assistenziali con l’impiego pubblico a favore della comunità. Nella teoria di Minsky, osservava Kregel nel convegno di Bergamo, vi sono aspetti che vanno “molto oltre la teoria dell’instabilità finanziaria, ed è l’idea di come possiamo costruire una società civile, una società che non sia dominata dai cosiddetti manager dei fondi di investimento, ma da tutte le persone che sono nell’economia e hanno un interesse in questo mondo” (Quaderno 19, pag.54). Il sistema prefigurato da Minsky è “un’economia dove i settori guida (towering heights) sono socializzati, dove i consumi collettivi (communal consumption) soddisfano una grossa quota di bisogni privati, dove la tassazione dei redditi e della ricchezza tende a ridurre le disparità economiche, dove esistono leggi che limitano le possibilità di speculare sulla struttura delle passività: una tale economia potrebbe dimostrarsi capace di raggiungere e mantenere uno stato di piena, o quasi, occupazione” (Quaderno 19, pagg.85-86).
Anche in questo senso potrebbe essere letta la frase di Keynes, riportata a commento di entrambi i convegni della Fondazione Zaninoni su Hyman Minsky: “Dobbiamo inventare una nuova saggezza per una nuova epoca. Nel frattempo, se vogliamo veramente fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, importuni, pericolosi, ribelli nei confronti di chi ci ha preceduto” (pag.7). Invece di facili promesse populiste per un futuro incerto, Minsky suggerisce ai riformisti nuove vie da percorrere per un futuro migliore.

1 Il Quaderno n.19, Il Profeta della Crisi. Tributo a Hyman Minsky, che rac- coglie gli atti del convegno del 2011 di Bergamo, è all’indirizzo http://www.fondazionezaninoni.org/pdf/quaderno19.pdf; il Quaderno n.20, La Crisi Finanziaria e i suoi Sviluppi: Gli Insegnamenti di Hyman Minsky, raccoglie invece gli atti del convegno del settembre 2012 a Roma, che si può anche ascoltare integralmente on line all’indirizzo dell’associazione Economia Civile: http://www.economiacivile.it/online/?p=130

2 Ho descritto meglio queste diverse situazioni nel mio precedente articolo su Minsky (e Kindleberger), Governare il Capitalismo, in Mondoperaio 11/12-2012. Una sintesi è anche in http://www.valori.it/speciali/hyman- minsky-profeta-crisi-5673.html

3 R. BELLOFIORE, La Crisi Globale, l’Europa, l’euro, la Sinistra. Asterios Editore, 2012, pag.16.

4 G. RUFFOLO, S. SYLOS LABINI, Il film della crisi, Einaudi, 2012, pag.58.

5 L’impiego di ultima istanza consentirebbe forse di risolvere il paradosso di allungare l’età pensionabile a tutti, salvo poi pensionare anticipatamente alcuni lavoratori con artifici che finiscono col generare palesi differenze di tratta- mento fra settori economici ed anche tensioni sociali. L’argomento potrebbe essere ulteriormente esteso alle forme di mobilità attuali, che spesso signifi- cano solo sradicamento (senza voler considerare i costi sociali e ambientali che derivano dallo spostamento quotidiano di masse di lavoratori-pendolari), e forse andrebbe ancor più generalizzato: pensiamo a quanti anziani in pensione e in condizioni fisiche adeguate che, su basi volontarie, potrebbero ancora dare un contributo importante al bene comune, traendone vantaggi non solo sotto il profilo meramente economico (magari grazie a “benefit” che potrebbero essere appositamente studiati), ma anche e soprattutto in termini di autorealizzazione, nel sentirsi ancora utili se non necessari, coinvolti in progetti concreti che riguardino la comunità stessa in cui vivono. Molti anziani già lo fanno, impe- gnati nel volontariato e in associazioni presenti sul territorio, ma non esiste una politica pubblica capace di incentivare e moltiplicare le occasioni di occupa- zione, per tutte le fasce di età, pur essendo molti gli ambiti possibili di inter- vento a favore del bene comune. Si potrebbero allora ipotizzare soluzioni alter- native all’allungamento dell’età pensionabile, che prevedano ad esempio il passaggio dall’impiego privato a forme di impiego pubblico, anche a tempo parziale, in cambio della erogazione della pensione in via anticipata. è chiaro inoltre che il contributo lavorativo atteso da una politica pubblica di piena occupazione non dovrà essere solo di tipo manuale, ma - tornando ai campi sconfinati della cultura, della formazione, dell’istruzione e della ricerca - potrà essere anche (soprattutto?) intellettuale, con la conseguenza non di un taglio ma dell’espansione di questi importanti settori della nostra società.




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