Alla ricerca di qualcuno che si occupi di macroeconomia...



Un post di Claudio Pisapia


Il Consiglio Tedesco di Esperti Economici è formato da accademici che supportano le decisioni economiche del governo tedesco ed esiste dal 1963. Consiglia e supporta le istituzioni pubbliche, è indipendente nella sua attività ed ha una notevole influenza nelle scelte economiche del Paese. Consiste di 5 membri esperti nel settore della teoria e politica economica con un mandato di cinque anni, rinnovabile, eletti su raccomandazione del Governo federale.

La prima considerazione che potrei fare è: “Ma cosa me ne importa Consiglio tedesco? Beh qual cosina dovrebbe. Ecco perché!”. Esiste l'euro, ed esiste l'Eurozona dominata economicamente da quel Paese al quale importa "molto che la nostra industria collassi" e poco o niente dei destini dell'Italia. Ci fa una specie di guerra nel nome degli interessi finanziari e bancari e quindi diventa importante conoscerlo, eh già!

Il Prof. Dr. Peter Bofinger, classe 1954,  è uno dei membri di questo Consiglio da Marzo del 2004. Professore di Economia all’Università di Wurzburg, stà spopolando su molti giornali e blog italiani per le sue ultime dichiarazioni. Consiglia, infatti, ad un ipotetico Capo del Governo italiano di lasciare la zona euro se dovessero passare le proposte del Consiglio di cui fa parte e l’introduzione del Bail in sui Titoli di Stato, ma andiamo con calma.

La critica all’Eurozona di Bofinger è ad ampio respiro e va dagli incrementi salariali e del salario minimo, dalla mancanza di una politica fiscale comune alla mutualizzazione del debito tra gli Stati membri. Critica la mancanza di volontà di andare verso una reale unione politica, condizione essenziale per fare tutto il resto.

Per quanto riguarda il discorso dei salari, ricorda che l’opera di contenimento salariale effettuata in Germania nel periodo 2000 – 2007 non solo danneggia i lavoratori tedeschi stessi ma impedisce la competitività degli altri Paesi. Qui bisogna aggiungere, per essere più chiari, che la Germania realizza i suoi surplus di bilancia commerciale grazie al cambio fisso che rende appetibili i suoi ottimi prodotti. Questo, più l’aver fatto contenimento salariale in anticipo rispetto agli altri, le dà il vantaggio che vediamo. Cosa possono fare gli altri Paesi per difendersi non potendo svalutare? Contenere ancora di più i salari e sperare di riuscire a trovare qualche scampolo di mercato libero, nel frattempo le altre aziende chiudono e licenziano.


Bisognerebbe chiedersi con chiarezza e onestà intellettuale se sia possibile che i salari aumentino invece che diminuire in questo sistema che è disegnato per la finta competizione e la finta concorrenza. Attualmente possono funzionare solo le grandi imprese, le multinazionali. Una concorrenza in un sistema dove può vincere solo il più forte e il piccolo non è tutelato non è concorrenza ma “legge della giungla”, in tale sistema non è possibile quindi competere. Il 99% della popolazione ha già perso.

E allora, invece di parlare di aumenti salariali che sarebbe una ovvietà in un sistema economico in cui bisogna aumentare la domanda aggregata, perché non ci concentriamo sul perché in questa “architettura europea” non è possibile e lo diciamo chiaramente alla gente?

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Bofinger si ferma a suggerire che gli aumenti salariali siano almeno in linea con i target di inflazione attesa da parte della BCE (2%), altrimenti bassi salari (e disoccupazione) non fanno altro che alimentare la deflazione. Noi una volta avevamo un sistema del genere, si chiamava “scala mobile” se non ricordo male.

Cita anche Mark Blyth (sul quale un po’ di tempo fa ho scritto un articolo qui) in merito all’affermazione che stiamo vivendo in un sistema di “gold standard senza l’oro”, ovvero stiamo utilizzando molto male lo strumento monetario, non abbiamo capito che la moneta non è merce e che il distacco dall’oro ci permette di avere moneta a sufficienza senza essere costretti a scavare le montagne per avere un collaterale. L’eccessiva esposizione ai mercati finanziari ci costringe ad indebitarci sempre più a causa degli interessi da pagare e questo ci porta ad adottare misure di austerità sempre più gravi che ci portano in una spirale deflazionistica che aggrava le crisi.

Bofinger nota anche che gli Stati non sembrano volere seriamente un’unione fiscale che equivarrebbe a meno sovranità da parte degli stati membri. In realtà la questione è un po’ più profonda, se l’avessero fatta nel 2002 con l’introduzione dell’euro non sarebbe stato possibile distruggere economicamente l’Italia e gli Stati del sud.

Pensate a quanto è successo in Grecia o alla manipolazione dello spread che portarono al governo Monti, è chiaro che attacchi speculativi di quella portata non sarebbero stati possibili e i “soliti noti” non avrebbero realizzato gli enormi utili che invece hanno realizzato e in nome della catastrofe non si sarebbero realizzata nemmeno la concentrazione di potere nelle strutture sovranazionali e oligarchiche a cui stiamo assistendo sempre più impotenti. Ognuno dunque vuole tenersi le sue prerogative. In particolare la Germania, la quale ha una posizione di vantaggio ancora per qualche anno nel futuro e perché perderlo? Meglio costringere i paesi del sud ad accettare le sue imposizioni e continuare a registrare surplus commerciali.

All’interno del Consiglio si è discusso di preparare un piano per far fronte alle eventuali insolvenze degli Stati. Ma già preparare un piano del genere metterebbe in allarme i mercati finanziari, sarebbe come ammettere che uno Stato può fallire e questo allontanerebbe gli investitori dall’acquisto dei Titoli di Stato in particolare dei Paesi del sud (Italia, Spagna, Portogallo). Di conseguenza spread che sale e rieccoci di nuovo all’era Berlusconi/Monti.

La soluzione sarebbe mutualizzare il debito per una quota del 60% del PIL dei vari Stati e per farlo ci sarebbero due strade, quella del “Fondo di Redenzione del debito”, sposato dal Consiglio Tedesco, che vorrebbe mutualizzare la quota eccedente la soglia del 60% del PIL e quindi una somma di circa 3,4 trilioni di euro. E quella dei Blue Bond che mettono insieme i debiti fino ad un livello del 60% del PIL per una somma di circa 6,4 trilioni di euro.

Ma come potrà realizzarsi un tale scenario senza una maggiore integrazione politica? In una situazione in cui il debito pubblico è visto come il male dei mali, la finanza deve continuare ad essere alimentata come se l’avesse prescritto il medico e la BCE non può "dialogare" (qualcuno suggerisce, al posto di dialogare, “dare soldi direttamente ai cittadini”, in inglese Quantitative Easing for the people) con gli Stati ma deve continuare a dare soldi alle banche. Una situazione in cui si ammette di agire come se fossimo in un sistema monetario che non esiste più dal 1971 e poggiamo su un’architettura completamente fuorviante, cosa possiamo mai migliorare? Che speranze abbiamo di uscirne?

Io credo poche! Siamo in un momento in cui bisogna ripensare gli ultimi trent’anni di scelte economiche suicide (ovviamente, è giusto sottolineare, per il 99% della popolazione – per il restante 1% sta funzionando benissimo!) e che stanno impoverendo la nostra economia e le nostre vite ingozzando quello che il prof. Gallino chiamava il finanzcapitalismo.


Difficile accettare le soluzioni di Bofinger di ricercare una maggiore integrazione fiscale o di autorità sovranazionali che prendano la giusta via. Chiaramente sono contento che in un consesso così alto di economisti, per lo più tedeschi, ci  siano delle voci fuori dal coro. Ma come arrivare a delle autorità sovranazionali democratiche, elette, che facciano gli interessi di tutta l’Eurozona? E’ chiaro che non ne vorremmo altre oscure come le attuali.

E non si tratta solo di rivedere l’architettura politica ma bisogna ripensare i ruoli che ogni attore deve avere in una società. Non possiamo vivere e lavorare per alimentare flussi di benessere dal popolo alla finanza e al sistema bancario. Una banca centrale non può essere indipendente dai governi e quindi dal popolo, ma deve essere pubblica e soggetta agli interessi dei cittadini. Controllata da organi statali, controllare a sua volta il sistema bancario nazionale e provvedere a che ci siano in circolazione abbastanza soldi per il credito alle famiglie e alle aziende.

L’idea invece dell’establishment economico è su tutta un’altra posizione. Si parla
adesso di Bail in dei Titoli di Stato. Cioè, come è stato introdotto dal 2016 la responsabilità degli obbligazionisti che partecipano ai fallimenti delle banche, così si vuole che i possessori di Titoli di Stato possano essere responsabili di eventuali default statali.

Quindi ammissione plateale della possibilità che uno Stato possa fallire, come una banca o un’azienda. Che uno Stato non è niente di più che una fonte di guadagno per l’alta finanza , una follia a cui non dobbiamo abituarci, dobbiamo imparare a discernere i nostri interessi da quelli della finanza e delle banche. Una follia che porterà davvero all’assurdo giuridico del fallimento di uno Stato perché come sono crollate le azioni bancarie così crollerà la fiducia negli Stati e noi saremo costretti a cedere sempre più potere decisionale a chi ci sta’ impoverendo.


Attualmente, chi poteva, comprava TdS anche a tasso negativo perché sapeva che comprarli li metteva al sicuro da perdite, cosa ci può essere di più sicuro di uno Stato? Invece bisogna abbandonare anche questa certezza.

Inoltre le Banche dovrebbero diminuire la loro esposizione in Tds. Attualmente le Banche italiane hanno nella loro pancia circa 400 miliardi in Tds e dovrebbero disfarsene (a chi dovrebbero venderli?) e trovare circa 35 miliardi di risorse fresche. Io ci vedo un altro regalo a chi può! Compro TdS a buon prezzo e capitalizzo gli interessi che si alzeranno grazie all’aumento del rischio default. Le Banche abbandonano Titoli ritenuti liquidi e sicuri per essere ancora meno sicure e più facilmente potranno mettere mano ai soldi dei risparmiatori.

Per chiudere: ben vengano critiche al pensiero economico imperante, e secondo me ultimamente stanno aumentando, ma è inutile proporre soluzioni parziali. Non si può ripensare l’architettura senza provvedere a chiamare gli ingegneri per rimettere a posto le fondamenta. E l’ingegnere direbbe che prima bisogna ricalcolare le forze rimettendo gli Stati al loro posto, in cima alla piramide a controllare banche e finanza e a far si che tutta l’architettura sia poi disegnata, esteticamente e tecnicamente, perché serva gli interessi dei cittadini.


Teniamo presente però che gli economisti e i politici, oggi, non lavorano mai per correggere il sistema per cui bisogna darsi da fare. 

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